Ogni psicoterapeuta sa che uno dei temi più difficili da affrontare è quello della vergogna [1], e delle sue cause. Nel setting, il paziente è portato a negarla, a chiamarla con un altro nome, a controllarla con risate, battute di spirito, fiumi di parole. Non è difficile leggere tutto questo come una difesa da qualcosa che non si padroneggia. Per altro verso, quando il paziente racconta l'episodio o le circostanze legate al vissuto di vergogna, vediamo che tende a contrarsi nel corpo e non di rado accompagna l'assunzione di questa postura alla espressione di un desiderio di sparire, di sprofondare perché non si sente adeguato, non all'altezza: è "sbagliato". D'altro canto, anche il terapeuta deve affrontare spesso l'emozione della vergogna, e ci si confronta quando sente la difficoltà di seguire il paziente là dove egli è condotto dalla sua autosservazione: in questi casi, il terapeuta può provare difficoltà, e può correre il rischio (fare l'errore!) di spingere inconsciamente il lavoro psicoterapico in altre direzioni piuttosto che in quella che coinvolge anche lui. [2] Ma che cos'è la vergogna? Per provare a dare una risposta dobbiamo rifarci alla teoria delle emozioni che per lungo tempo è stata al centro degli interessi più della letteratura filosofica e della psicologia sperimentale che della psicoterapia. Gli studi condotti da una ventina di anni ad oggi distinguono le emozioni in primarie, e secondarie (o complesse). Al primo tipo appartengono la rabbia, la paura, la felicità, la tristezza; emozioni -queste- che compaiono molto presto nello sviluppo. Sono facilmente riconoscibili nella loro specificità, dalla modalità con cui si manifestano, ed appartengono alle creature delle specie superiori, massimamente i mammiferi. Nel secondo gruppo troviamo, invece, la vergogna in compagnia dell'imbarazzo, del senso di colpa, della timidezza, dell'orgoglio. Queste emozioni sono definite secondarie perché appaiono in un momento successivo dello sviluppo individuale; vengono definite anche "complesse" perché necessitano di un'organizzazione cognitiva più avanzata, e sembrano essere esclusive della creatura uomo. Sostanzialmente, affinché queste emozioni possano manifestarsi, c'è bisogno della comparsa dell'autocoscienza (la consapevolezza di sé), e della capacità di riconoscere un "mondo esterno" [3]. La presenza di tali elementi ha consentito a Michael Jervis di collocarne l'origine in un momento preciso della vita dell'individuo: secondo i suoi stu-di, infatti, il bambino diventa consapevole dell'esistenza di un mondo esterno a sé tra i 15 e i 18 mesi. In questo periodo inizia a riconoscersi allo specchio e a barcamenarsi in un mare di regole che riguardano l'area dell'autonomia da una parte, cioè mangiare non sporcandosi ecc... e la socializzazione dall'altra, ossia come ci si comporta e perché. A due anni la vergogna è chiaramente visibile soprattutto dalle reazioni corporee che il bambino mette in atto. Consapevolezza di sé, riconoscimento di un mondo esterno e processo di socializzazione, sono peraltro momenti cardine dello sviluppo. In questa fase del processo evolutivo è di fondamentale importanza il comportamento dei genitori. Essi, come educatori hanno il dovere di insegnare al bambino le regole di una buona educazione, e possono adempiere a questo compito in molti modi diversi. Tre sono gli aspetti da considerare: lo standard delle regole cui un bambino è sottoposto, la tipologia dei messaggi e la loro dimensione non verbale. Molto spesso si richiede ai bambini un comportamento a un livello di perfezione/complessità troppo elevato per la loro capacità di comprensione e per la possibilità realistica di raggiungere l'obbiettivo. In questi casi, è possibile che comincino da subito a considerarsi generalizzatamene "non adeguati" ed a provarne disagio. Fondamentale -anche al di là dei contenuti delle richieste di prestazione- è la modalità con la quale esse vengono avanzate: con quale frequenza il genitore esprime messaggi negativi, piuttosto che positivi? quanto insiste sui "non si deve" piuttosto che su ciò che si può o potrebbe fare? E' necessario insegnare le regole attraverso messaggi positivi e focalizzare la attenzione del bambino su ciò che fa di buono (anche per evitare che per attrarre l'attenzione il bambino scelga i comportamenti "sbagliati"). Ciò non significa certo che non si possano dire i "no" (che sono anzi necessari!) ma è bene che in questi casi il messaggio sia chiaramente specifico e non-globale, cioè che il no o la critica o il divieto riguardino esattamente e precisamente il gesto o il comportamento che il bambino ha messo in atto in un certo momento, evitando di generalizzare il riprovero/ critica/divieto alla sua (intera) persona. Quindi, meno che mai, dire <<non fare questo, cattivo!>> ... ma limitarsi a dire <<non fare questo>>. Da ultimo, è da sottolineare l'aspetto non verbale dei messaggi. M. Jervis in una ricerca evidenzia come i bambini smettono di fare quello che stanno facendo e iniziano a mo-strare segni di vergogna quando il viso del genitore esprime biasimo ... e possono inibirsi del tutto se percepiscono disprezzo o disgusto. Il genitore non è sempre consapevole del proprio atteggiamento non verba-le, ma per il bambino non fa differenza, diventa incerto e si blocca, ma quell'arresto si fonda non su un suo giudizio consapevole, ma sulla inte-riorizzazione inconscia di una fantasia di colpa, che va a formare il presupposto esperenziale di ogni futura vergogna, la causa della quale resta svincolata dal reale comportamento in atto, e rischia di generalizzarsi. [4] Da qui, l'esigenza di rassicurare sempre il bambino sul piano generale, indicando con precisione a quale comportamento specifico ci si riferisce con il rimprovero/critica/divieto, ed apprezzandone gli altri contenuti del comportamento. NOTE [1] In questa discussione intenderemo per "vergogna" quel sentimento di inadeguatezza legato all'idea di comportarsi sistematicamente male in qualche circostanza specifica, e di sentirne rammarico perché ci si ritiene biasimevoli; segnaliamo altresì che parleremo della vergogna emergente da fantasie di colpa, piuttosto che di quella che prende le mosse da autocritica obiettivamente fondata. In ogni caso, lasciamo ad altra occasione di discussione i riferimenti alla "ansia sociale", che più specificamente è da individuarsi nella fantasia di una persistente e stabile e generalizzata "incapacità di relazione". [2] Difficoltà come queste sono molto comuni, e vanno superate con un'attenzione scrupolosa e costante da parte dello psicoterapeuta sui suoi stessi stati emotivi. Per il fatto di essere molto comuni (e addirittura normali nei primi anni di esercizio della professione), il fatto di non trovarsi ad affrontarle con una certa frequenza può costituire paradossalmente un motivo di allarme: è probabile che non si percepiscano proprie resistenze, e che -di conseguenza- esse agiscano a livello inconscio, disturbando la terapia. Specificamente, il rischio possibile è che si "neghino" i contenuti della comunicazione del paziente, per sostituirli con altri meno problematici per il terapeuta. Una valida supervisione, condotta da parte di un terapeuta didatta costituisce -è bene dirlo- la unica contromisura al riguardo. [3] Osserviamo che la "coscienza di sé" si costituisce per differenziazione del SE' dal "mondo esterno". [4] Vogliamo accennare al fatto che questa circostanza è presumibilmente la causa anche dell'ansia sociale, che potrebbe ipotizzarsi essere conseguenza di una "vergogna" preventiva generalizzata; sarebbe come se la persona "sapesse già da prima" che farà qualcosa di biasimevole. |