L'adolescenza è un'età fondamentale dell'esistenza umana e costituisce il vero periodo di passaggio dalla "immaturità" (dell'infanzia e della preadolescenza) all'età adulta. Generalmente si considera "adolescenza" [1] la fascia d'età che si estende dai dodici ai diciotto anni, nella quale si diventa autonomi e si acquisiscono le capacità che permettono di inserirsi nel mondo degli adulti. [2] Vi è, dunque, un processo che inizia con cambiamenti fisici e psicologici, e con l'emergere del pensiero formale. Questi cambiamenti portano il giovane a viversi "diverso" da com'era, a distaccarsi dalla famiglia e a inserirsi nel gruppo dei coetanei formandosi gradualmente ed in modo autonomo una sua personalità, una vita sociale indipendente dalla famiglia di origine, ed inserita nel contesto sociale; c'è -infine, ma di importanza addirittura prevalente- la questione del "futuro" che si prospetta per la prima volta come uno spazio caratterizzato da una necessaria progettualità propria ... Se si legge l'adolescenza in questa quadrupla dinamica (soggettiva, verso il "gruppo dei pari", verso i genitori, e in una inedita visione prospettica del sé) l'adolescenza si connota come la età in cui la persona si trova a fronteggiare quattro (nuovi) mondi nei confronti dei quali ha bisogno di individuare un "nuovo modello di relazione", sia sul piano dell'attività "esterna", sia sul piano "intrapsichico". Il mondo del proprio corpo Nella fase dell'evoluzione soggettiva adolescenziale, assumono grande importanza le ultime trasformazioni fisiche che concludono il lungo processo iniziato nella pubertà; l'adolescente -potremmo dire- si trova a vivere in un corpo da adulto senza esservi preparato, e per questo le attenzioni verso la propria corporeità possono assumere un'importanza del tutto particolare, e lo sviluppo del corpo (con il prorompere della sua definitiva "sessualizzazione" adulta) può essere vissuto con ansietà, preoccupazione e malcontento da parte del giovane. Questo malcontento si ingigantisce se l'adolescente si subordina ai criteri estetici imposti dai mass-media, e la inavvertita ostilità che l'adolescente concepisce per il suo corpo "imperfetto" rispetto a quei canoni può produrre addirittura una inconscia frattura tra la componente psichica e quella somatica ... da cui (se questa osservazione non appare superficiale per la sua stringatezza) può valutarsi che emergano quelle drammatiche condotte autolesioniste e negatrici dei diritti del corpo che si realizzano nella anoressia e nella bulimia. [3] Ad ogni modo, e anche quando l'attenzione verso il proprio corpo non produce queste ossessioni estetizzanti, l'adolescente crea nella sua mente l'immagine di un corpo ideale, e se le caratteristiche di questo non coincidono con quelle che percepisce del suo corpo reale, l'adolescente può sentirsi sgradevole e inadeguato. [4] Persino l'incontro/confronto con lo specchio diventa occasione di verifica, e spesso si va alla ricerca (ansiosa e negatrice della realtà) dell'immagine del bambino ormai scomparso, trovandosi invece di fronte alla propria nuova immagine trasformata, irriconoscibile e conflittuale; spesso si pensa di essere irrimediabilmente diversi da tutti, e si incontrano i coetanei per valutare quanto si sia difformi al loro confronto ... oppure si va all'incontro con loro in un tentativo di "rassicurazione", che soddisfi il paradossale bisogno di una fantasia di "mostruosità comune/condivisa". Il mondo della amicalità E' in questo periodo che l'amicizia acquista un ruolo molto importante, anche se non è più luogo di certezze o facili rassicurazioni; si è concluso, infatti, il periodo preadolescenziale, in cui per il giovane era facile inserirsi nel gruppo dei suoi coetanei, e poteva superare la paura della diversità (e sfuggire all'esigenza di autoidentificarsi) assumendo comportamenti stereotipati, standardizzati, per es. vestendo come tutti gli altri coetanei o condividendone interessi, attività e gergo. Preclusa una volta per tutte la possibilità di condividere una "identità collettiva" mutuata dal gruppo, l'adolescente deve presentarsi nello spazio sociale con un'identità soggettiva/individuale, tutta da costruire e sperimentare; lo spazio sociale viene difensivamente limitato, circoscritto e ridotto alla sola sfera delle amicizie, progressivamente investite dall'esigenza di fornire esperienza di comunicazione e di relazione interpersonale tra "diversi". Le amicizie dell'adolescente vengono contraddistinte dallo incontro di soggettività ormai in via di diversificazione; diventano più intime, e i giovani confrontano reciprocamente punti di vista e sentimenti personali, trovandosi nella nuova condizione di dover cercare una condivisione e un'approvazione/accettazione fino ad allora non necessarie; e comincia l'epoca delle confidenze, delle intimità a due, e dei piccoli/grandi segreti profondi; e diventa così fondamentale la lealtà e la fedeltà, tanto che un "tradimento" risulta esperienza dolorosissima, e può rompere definitivamente anche il rapporto amicale fino a quel momento più solido. L'adolescente sente l'esigenza di fare una ricerca di se stesso, per individuare una propria identità, da far emergere dalle poche esperienze pregresse; questo è reso ulteriormente difficile dal fatto ciò che era prima e i valori in cui credeva sono messi in discussione; deve avventurarsi in un abbandono delle antiche certezze, che genera smarrimento, e paura, e -fin quando non si concluderà (ma ci vorranno anni ...)- egli si troverà in una crisi di identità, avendo abbandonato i vecchi ruoli, e non avendone ancora acquisiti di nuovi. Da questa dinamica di "negazione dei vecchi valori", emerge anche il conflitto con i genitori e con la "famiglia allargata" (nonni, zii, ..) di origine. Il mondo della famiglia Nella pubertà e nella preadolescenza, il giovane si è già misurato con le sue capacità di diversificarsi dai modelli genitoriali ... e spesso ha assunto comportamenti "diversificanti" in maniera tanto ostentata e provocatoria da apparire addirittura vere e proprie sfide nei confronti dei genitori. Ma la primitiva "rassicurazione" (connotata da un ingenuo egocentrismo) pare ora aver fatto il suo tempo, e la sostanziale simulazione di capacità autoreferenziali scopre tutto il suo limite; a tale inefficacia l'adolescente reagisce manifestando atteggiamenti di una vera e propria inedita conflittualità nei confronti dei genitori, il distacco dai quali si colora anche di insofferenza quando non addirittura di ostilità. E' esperienza comune che tale dinamica di contrapposizione genitore/figlio acquisti un'asprezza di contenuti e toni quanto più si accompagna a reciproci disconoscimenti e incomprensioni; infatti, da parte sua, l'adolescente rifiuta i vecchi sistemi e le vecchie regole, ma ancora non è riuscito ad inserirsi in quelle nuove, e (in una impercepita continuità di dipendenza dai genitori) addossa a loro questa sua difficoltà, e le insicurezze che ne derivano; i genitori -per parte loro- "soffrono" nel vedere allontanare da sé propri figli, e per certi versi sembrano non accettare di perdere la loro autorità e il loro indiscusso "potere/diritto" di guida e orientamento. Per altri versi, si sentono esclusi dalla vita dei loro figli e guardano con sospetto (o gelosia?) le prevalenti attenzione e partecipazione alla vita di gruppo, i primi flirt amorosi, la ricerca di una loro identità autonoma. Ad ogni modo, e pur tra molte difficoltà, i processi di identificazione/individuazione dell'adolescente proseguono comunque, e non sembra superfluo dire che indipendentemente dalle scelte fatte dall'adolescente, le figure genitoriali dovrebbero essere punti di riferimento fissi e sicuri, sui quali il giovane dovrebbe poter contare al di là degli "errori" commessi. Forse, nell'inevitabile conflitto evolutivo che vede il giovane contrapporsi alla famiglia, dovrebbe essere tenuto maggiormente in conto il fatto che da quella famiglia il giovane continua ad attendersi molto in termini di affetto (e anche protezione, caratterialmente per alcuni) perché l'affetto "colora" la vita del giovane, gli permette di non sentirsi abbandonato alla solitudine e al vuoto, ma al contrario, lo fa sentire compreso, amato, unico, dandogli vitalità, speranza, fiducia in se stesso. Nonostante la relativa fermezza con la quale ostenta e pratica l'autonomia, l'adolescente può arrivare a un'estrema confusione, fino al punto di sentirsi abbandonato o non considerato; la mancanza (o la precarietà, o l'ambiguità, o l'incoerenza, o la incostanza ...) di un rapporto rassicurante e di sostegno da parte dei genitori, produce in lui un senso di solitudine, malinconia, stanchezza di vivere, che ha effetti fortemente negativi sulla capacità di progettare il futuro. Il mondo del futuro L'adolescente vuole essere adulto e comportarsi come tale, ma contemporaneamente non sa bene cosa deve fare. È così che cresce il bisogno di ricercare un senso nella propria vita per non farsi sopraffare dal vuoto e dalla noia che nei casi più estremi e drammatici può concludersi addirittura con il suicidio. [5] Progettare la propria vita per poter far parte del mondo adulto, mettere in discussione tutto, ricercare una propria identità, ... non sono che il tentativo di dare un senso alla propria esistenza, evitando quel fenomeno (diffusissimo e molto penoso) per il quale l'adolescente si sente come "schiacciato/appiattito" nel tempo presente, e del tutto indeterminato quanto a una visione prospettica di sè. In questa fase, è invece di importanza determinante la capacità (ed il desiderio) di guardare al futuro, perché questo permette all'adolescente di dare significato alla quotidianità, di esserne consapevolmente protagonista in modo attivo, senza abbandonarsi alla noia, all'indifferenza, oppure riducendo la sua esistenza alla ripetitività di gesti sempre uguali; avere attenzione per "il futuro", significa -al contrario- essere aperti alla possibilità di comportamenti nuovi, di porre nuovi contenuti nella propria vita; dà l'opportunità di fare progetti, nella realizzazione dei quali sarà anche possibile "capirsi" e costruire una propria personalità. Ma il futuro è comunque qualcosa di astratto, sconosciuto e che, quindi, può essere solo immaginato, senza la certezza che i propri sogni si realizzino. Il futuro si presenta alla fantasia dell'adolescente come ignoto (ed è forse per questo che si cerca rassicurazione nella routine di comportamenti stereotipati e abitudinari), e la paura che se ne ha trova fondamento nell'idea che ogni progetto possa trasformarsi in un insuccesso, tanto più doloroso quanto più inizialmente coinvolgente, e quanto più l'adolescente vi si sia "messo in gioco", ricavandone un deludente senso di frustrazione e insoddisfazione. Da queste paure (o "cautele" verso l'ignoto?) nasce un atteggiamento che appare contraddittorio nei confronti del proprio stesso futuro: da un lato esso attrae e induce ad attivarsi per tentare di dare un significato alla propria esistenza, e dall'altro spaventa e porta a uno smarrimento, o a una indeterminazione/incertezza che appare quasi rinuncia pregiudiziale ai propri sogni. Ed è, appunto, la paura dell'ignoto che può far perdere la speranza e la motivazione trasformandosi addirittura nella "paura di vivere". E', dunque, fondamentale l'affettività, che -nell'esperienza di una solidarietà reciproca, e di uno scambio di sollecitudini- attenui le paure, ed ammortizzi gli insuccessi. NOTE [[1]] Per un escursus storico sul concetto di adolescenza vedi il contributo di A. CONFORTI in "Adolescenza prolungata", nel n.5 di questo periodico. [2] Il termine "adolescenza" deriva dal latino "adolesco" (cresco) [3] L'argomento dell'anoressia/bulimia è stato trattato ampiamente nei nn. 2,3,6 di questo periodico, sulla base di una ricerca seminariale condotta presso lo Studio professionale; per alcune osservazioni in merito specificamente alle sollecitazioni mass-mediatiche, vedi A. CONFORTI in "Adattamento e nuovi malesseri: il 'modeling' con l'impossibile, e dall'ansia di prestazione al panico" nel n.6 di questo periodico. [4] L'adolescenza è l'età in cui si "riprende lo specchio", in cui ci si confronta con gli altri in maniera particolarmente ansiosa, e ce ne si lascia influenzare in maniera rilevante; ci si conforma a comportamenti standardizzati per evitare la fantasia di "diversità/emarginazione"; per essere accettati si tende alla "omologazione/uguaglianza" e si condividono (spesso acriticamente) gli "ideali" proposti dalla società; sul piano estetico, questo significa spesso accrescere sempre di più i conflitti con il proprio corpo. Del resto, come non vedere che questa è una società dell'immagine e dell'apparire? Il resto non conta: l'intelligenza, la bontà, la sensibilità sono pietosi compensi, maschere che coprono un volto deformato. Il cervello in questo scenario appare il più inutile degli organi, la vera appendice; il dramma vissuto non è quello amletico dell'essere o non essere, ma piuttosto dell'apparire o dello scomparire. Se non si è belli ... nel migliore dei casi si diventa invisibili. Questa sembra essere la società dei "modelli" che assumono la funzione di "immagini allo specchio"; modelli in larga misura "inarrivabili", perché le immagini riflesse sono quelle dei divi, al cui confronto non rimane che naufragare ... e così si generano le frustrazioni, le delusioni o, all'opposto, narcisismi: una varietà di sentimenti che mutano il senso della vita e possono persino togliere il desiderio di vivere. [5] In una pagina del suo diario, Alessandra, la protagonista del libro di Vittorio Orefice "Il male di esistere", che a ventiquattro anni si è suicidata, scrive: <<Vorrei saper vivere! Imparare a vivere è molto importante. Ci riuscirò mai? Probabilmente no. Non succede assolutamente niente da dieci anni a questa parte. Se solo avessi un cerino per dare fuoco a tutto quanto.>> |