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Psichiatria dinamica » La depressione dal punto di vista del Cognitivismo

La depressione dal punto di vista del Cognitivismo

La interpretazione cognitivista della depressione (esposta da A.T. BECK) è quella per la quale essa si manifesta per effetto del proporsi contemporaneo di tre componenti del pensiero cosciente (detti "la triade di Beck"):
- una opinione negativa relativa a se stesso;
- una sfiducia nel contesto di appartenenza;
- cattive aspettative relative al futuro.

Beck sostiene che <<le esperienze di vita del Paziente attivano degli schemi cognitivi che vertono sul tema della perdita. I vari fenomeni emotivi, motivazionali, comportamentali e vegetativi della depressione derivano da queste valutazioni negative.>>

La interpretazione cognitivista [1] della patologia depressiva è coerente con il primato che il Cognitivismo attribuisce al pensiero cosciente rispetto alle emozioni: infatti, la interpretazione cognitivista della depressione è quella per la quale sono i pensieri negativi a generare lo stato disforico dell'umore ... e non il contrario.

C'è da osservare che questa interpretazione rovescia i termini etiopatologici, così come rovescia quelli sintomatici; infatti, se si confronta l'interpretazione cognitivista con quelle degli altri modelli teorici (quali la Psicoanalisi, la Psichiatria Fenomenologica, ecc.) si osserva che sia le cause, sia gli effetti sono ribaltati: in tutte le altre interpretazioni, è l'umore disforico ad essere causa della patologia, e non è -al contrario- un effetto, o un semplice sintomo; così come -per converso- sono i pensieri negativi ad essere effetto e non sono essi causa dell'umore disforico.

Dall'interpretazione cognitivista relativa alle cause ("la triade" di pensieri) discende quale sia la modalità terapeutica da seguire, e a quale obiettivo essa debba tendere: infatti, se la patologia è effetto de "la triade" di pensieri contemporanei, ciò che si dovrà perseguire sarà la modifica di tali pensieri; una volta raggiunto questo obiettivo (che neutralizza la causa del disturbo) i sintomi (lo stato disforico dell'umore) tenderanno a rimettersi spontaneamente. Osserviamo che la modalità psicoterapica è anch'essa coerente con i principi del Cognitivismo: non si fanno illazioni o ipotesi su nulla che non sia cògnito da parte del Paziente, e si fa esclusivo affidamento sulla potenzialità psicoterapica di ciò che è "nello spazio cosciente".
E risulta privilegiata l'attenzione sui pensieri coscienti, piuttosto che sulle emozioni.

Nonostante la indiscussa coerenza interna della interpretazione cognitivista e del suo risvolto operativo psicoterapico, nella pratica clinica si osserva di frequente che la persona depressa tende a respingere questa lettura, che -sostanzialmente- definisce "malattia" i pensieri negativi del Paziente stesso, che egli ritiene invece obiettivi e realistici (e niente affatto distorti sul piano cognitivo); in questi casi, il Paziente (conformemente alla lettura negativa impostagli da "la triade") è indotto a resistere nell'idea di "avere ragione" ad essere depresso perché la realtà che egli sperimenta è "obiettivamente" negativa. Ciò a suo parere, naturalmente; parere legittimo e comprensibile ... ma -se egli è effettivamente depresso- si tratta di un parere infondato; o distorto dalla componente cognitiva de "la triade".

Osserviamo, infatti, che "le ragioni" di malumore che il Paziente espone sono manifestamente distorte sul piano cognitivo, stante che è questo il contenuto della patologia; così come è inverosimile accettare che la patologia sia legittimata da fatti reali, e che il Paziente -per eliminare la causa della patologia- avrebbe bisogno che la realtà intorno a lui si modificasse quanto e come necessario. Fatte le eventuali necessarie eccezioni ... la patologia depressiva non è mai fondata su fatti realmente sussistenti, e non appare ininfluente osservare che la convinzione di "avere ragione" nell'ideazione negativa è contenuto psichico immancabile nella condizione depressiva; ciò, proprio per effetto de "la triade".
Ciò osservato, ci consentiamo di sostenere che la interpretazione cognitivista appare assai verosimile.

Peraltro, il Paziente è convinto che "la malattia" sia il suo dolore, e non i suoi pensieri [2]; a nostro sommesso parere, proporre al Paziente di considerare il dolore un sintomo da rimuovere agendo su altro da esso dolore, produce -almeno inizialmente- una ulteriore complicazione nella Terapia, perché al Paziente apparirà che lo Psicoterapeuta "non gli creda" o non capisca come stanno le cose. Di fatto, lo Psicoterapeuta apparirà come intenzionato a negare la causa della patologia, volendo individuarla non nel dolore ma nei pensieri del Paziente.

Dal suo punto di vista, viceversa, il Terapeuta si troverà di fronte a un Paziente che -in questa interpretazione cognitivista- gli apparirà negare la sua malattia, perché non vedrà qual essa sia, e si rifiuterà di individuarla laddove il Terapeuta sostiene essere.

Osserviamo che nella pratica clinica "la triade" di pensieri negativi e la sua verosimiglianza/obiettività rischiano di diventare l'argomento di discussione in Terapia; ciò perchè il Paziente tenterà di trascinare il Terapeuta in un inutile confronto di idee circa la realtà circostante; con il rischio che l'obiettivo di "farsi dare ragione" dal Terapeuta diventi una ossessione.
Ciò, almeno nei tempi iniziali.

 

NOTE

[1] Accenniamo solo di sfuggita al fatto che questa interpretazione permette di diagnosticare la patologia depressiva osservando componenti manifeste del pensiero, senza che si renda necessario desumere nulla che non sia immediatamente comunicato dal Paziente stesso.
Questa evidenza è di grande aiuto nel momento diagnostico, sia per la diffusione della patologia depressiva (che rende necessario individuare criteri diagnostici quanto più possibile obiettivi), sia per l'esistenza di poter operare diagnosi differenziali nei confronti di patologie che "mimano" la patologia depressiva, e potrebbero indurre a diagnosticare quella, anzichè la patologia realmente sussistente .

[2] ... "per spiegarsi", è come se una persona malata di gastrite considerasse malattia il bruciore di stomaco, e non il principio di ulcerazione alle pareti gastriche che produce solo il sintomo del bruciore.
Nel caso della depressione, appare arduo far intendere al paziente che "la malattia" non è il dolore o l'angoscia, ma i pensieri negativi che albergano in lui.

Bibliografia

[Aaron T. BECK (1976); <<Principi di Terapia Cognitiva>>; Astrolabio; TO - 1984

 

 

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