La Terapia Cognitivo-Comportamentale formalmente è un IBRIDO di DUE modelli terapeutici che "si sono unificati" integrando ciascuno alcuni contenuti dell'altro.
Il Cognitivismo (e la Terapia Cognitiva che ne deriva) parte dal presupposto che non sia necessario o opportuno far riferimento a "ciò che non si sa" coscientemente: quindi niente inconscio, niente interpretazioni di checchesia (sogni, lapsus, eccetera); inoltre, anche le emozioni vengono considerate una cosa secondaria o comunque subalterna rispetto ai contenuti di coscienza. Secondo l'ipotesi cognitivista, infatti, sono i pensieri a produrre le emozioni e non il contrario; curare un disturbo affettivo significa quindi curare i pensieri coscienti che ne sono causa. Ciò è particolarmente importante nel caso della patologia depressiva, nella quale l'umore disforico viene interpretato come effetto (e non come causa!) dei pensieri negativi relativi a sè, al contesto e alle propettive.
La Terapia Cognitiva privilegia l'attenzione a ciò che si sa di se stessi; in questo modo, si cerca di ricostruire "il perché" si è ciò che si è, basandosi su pensieri coscienti, su ricordi coscienti, eccetera, giungendo -in alcuni casi- fino a raccogliere informazioni sulla propria infanzia, o su episodi ritenuti importanti o significativi; in sintesi, si recupera e si indaga tutto ciò che può aver costruito una "cognizione", o una esperienza che comporti eventualmente modalità di risposta di un certo tipo. Quando si individua la costruzione mentale che produce la risposta "sbagliata/nevrotica", si cerca di modificare quella costruzione mentale, "rielaborandola" e sottoponendola a una reinterpretazione secondo parametri di valutazione attuali; ciò, perché si ritiene che la costruzione cognitiva relativa a eventuali fatti occorsi in precedenza dipenda dalle risorse interpretative utilizzabili ai tempi dei fatti; se le risorse attuali permettono una interpretazione diversa, la valutazione dei fatti può essere modificata sul piano di coscienza, e può essere eliminato il suo effetto di risposta nevrotica. E' addirittura banale osservare -per es- che una "sindrome da abbandono" costruita cognitivamente in età precoce per insopportazione dell'assenza dei genitori, se viene reinterpretata con i parametri dell'adulto risulta facilmente modificabile: laddove il bimbo costruì l'idea di essere abbandonato perché presunse di non essere amato, l'adulto può comprendere che quella valutazione era priva di fondamento: una volta modificata cognitivamente l'idea relativa a uno scarso valore di sé, la nevrosi segnalata dalla sindrome di abbandono recede spontaneamente. La Terapia Comportamentale parte dal presupposto (del Comportamentismo) che "ciò che conta" è la risposta che si dà agli stimoli. Coerentemente con questo presupposto, considera inutile indagare sul "perché" si risponde in un certo modo: tutto ciò che esiste (dentro la mente) tra la percezione dello stimolo, e la risposta non è gran che interessante; anzi ... non è affatto importante.
Poiché non si considera importante ciò che è dentro la mente (che viene trattata come una imperscrutabile <<scatola nera>>) anche il Comportamentismo si nega a ipotesi su cose inconsce eccetera, e -nella prassi psicoterapica- cerca "semplicemente" di modificare la risposta: per es., se una persona ha difficoltà a entrare nell'ascensore, si valuta che il non-entrare sia una risposta allo stimolo <<ascensore>>; ciò che si farà, sarà "semplicemente" addestrare la persona a dare una risposta diversa: entrare nell'ascensore ... senza stare a badare a "perché" presentemente non le riesce. La Terapia Cognitivo-Comportamentale è un "ibrido" tra le due modalità ora descritte; la integrazione dei due modelli trova praticabilità nel fatto che entrambi considerano che il comportamento è risposta agli stimoli, e che tale risposta si spiega con le esperienze cognitive della persona; si ritiene infatti che le esperienze determinino la risposta comportamentale; di conseguenza ... basta rielaborare le esperienze cognitive, e addestrare a una risposta diversa.
Nella prassi psicoterapica il Terapeuta dialoga con il Paziente, cercando di vedere/ricostruire insieme a lui quale rappresentazione mentale del mondo il Paziente si è fatta. Poi "si ragiona" (perché è la razionalità che la fa da padrone nella TCC) su quali sono le contraddizioni che il Paziente vede nella sua rappresentazione mentale. Ciò si presume sia curativo, perché se il Paziente ha un disagio, si presume che esso dipenda dalle contraddizioni (individuabili e conoscibili!) interne alla sua costruzione cognitiva. E' appena il caso di osservare che l'esperienza di una TCC può essere assai diversa da quella psicoanalitica; in quest'ultima, infatti, è possibile che anche un cambiamento efficace/risolutivo si verifichi a livello inconscio, e il Paziente non possa sapere cosa/dove/come è successo; viceversa, nella TCC, qualsiasi cosa si modifichi si modifica a livello di piena consapevolezza. La questione della consapevolezza delle dinamiche operate segnala un ulteriore vantaggio della TCC rispetto alle "psicologie/psicoterapie del profondo": a differenza di queste, infatti, la TCC non rende necessario fare ipotesi su determinati inconsce che ad alcuni appaiono inaccettabili (quasi si trattasse di un insulto alla propria intelligenza); c'è infatti da tenere presente che la costruzione psicoanalitica (e la prassi psicoterapica su essa fondata) è tale da proporre/imporre di credere che TUTTO ciò che si è e si pensa dipende da "cose inconsce", senza peraltro che ciò sia mai suscettibile di verifica. Né di emergenza alla coscienza.
Non appare ininfluente, inoltre, che la prassi psicoanalitica è tale che -pur attribuendo le difficoltà a fatti inconsci- prevede "poi" che sia la parte cosciente a operare le elaborazioni necessarie per la modifica di equilibri inconsci ... destinati a restare tali. Ciò –a nostro sommesso parere - produce una singolare contraddizione, che ci permettiamo esprimere chiedendoci cosa sia una "psicoterapia del profondo", se non una spiegazione "a galla" di quelle dinamiche "abissali". [A questo proposito osserviamo che il Complesso Edipico, che può essere posto tra le più importanti dinamiche ipotizzate dalla Psicoanalisi, è totalmente incoscio ed è destinato a restare tale nonostante ogni interpretazione; nondimeno ... è la coscienza che si deve fare carico di "risolverlo".] Nonostante la personale adesione al modello psicoanalitico, non possiamo considerare infondata/ingiustificata l'osservazione (portata dai Cognitivisti) i quali sostengono che -a conti fatti- è sempre la componente cosciente che "deve" operare una rivisitazione/rielaborazione delle esperienze. Stante ciò, essi si rifiutano di fare congetture inverificabili su cose che comunque devono essere risolte nella sfera/dimensione cosciente.
Ciò posto, la perplessità (certo fondata dal punto di vista psicoanalitico ...) sulla possibilità che emozioni e "fatti inconsci" operino in maniera da influenzare il comportamento e l'ideazione, diventa un fatto addirittura accessorio: di qualsiasi cosa si tratti, ciò che può "risolvere" la nevrosi è da ritrovarsi/costruirsi in una dimensione cosciente. Né può essere fatta valere la spiegazione psicoanalitica -che appare a volte proterva- che ciò che sposta gli equilibri nevrotici sia la dinamica emozionale: se si prende per buona la interpretazione cognitivista per la quale sono i pensieri coscienti a produrre le emozioni (e non il contrario!) la spiegazione data da "le psicologie del profondo" diventa inaccettabile: se sono i pensieri coscienti a produrre le emozioni e la nevrosi che li concretizza ... perché stare a indagare dinamiche e fatti inconsci ... destinati peraltro a restare imperscrutabili? Osserviamo –infine- che la TCC è senz'altro la modalità terapeutica più diffusa attualmente; e che è in trend di crescita, grazie alla sua sperimentata efficacia. |